Palermo Turismo - Cultura e tradizioni
Opera dei pupi
Palermo d‘allora - A cura di Santi Correnti, 1988
Foto di Monica Sammaritano
Foto di Monica Sammaritano

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
“Il segno è dato; alza la tela; silenzio perfetto. Ecco un palcoscenico piccolo ma pulito. Il fondo rappresenta una spiaggia, un bosco, una città, una fortezza dipinta con evidenza singolare. Quanta naturalezza in quella vallata e in quel fiume che vi scorre nel mezzo! Quanta verità in quell’accampamento e nelle sue tende bianche e rosse piantate innanzi la città assediata! Quanta eleganza in quelle regie sale destinate a ricevimento di principi e di ambasciatori! Le quinte mobili, mutano al mutar di scene, e concorrono mirabilmente all’illusione che fa parer vero il lungo filare di stanze, veri i padiglioni che l’uno accanto all’altro si levano, vero il distacco tra il castello e la rocca sulla quale esso sorge, mentre nell’aria vi si sente come alitare all’intorno senza mutamento. La rappresentazione è diretta dal proprietario del teatrino assistito da parecchi altri che reggono il ferro e tirano i fili de’ personaggi che si portano sulla scena, e si fanno muovere ed agire. La parola è ora di un solo, ora di due, modificata a seconda del sesso, della condizione sociale, della dignità, della religione del personaggio medesimo; e però voci forti e concitate e voci deboli e calme, con tutte le gradazioni che possono immaginarsi. Le donne hanno vocine sottili sottili, contrapposto dei vocioni stentorei di qualche gigante come Ferraù, o grossi e cupi di qualche infedele. Ma il popolino che capisce dà lode di verità all’opra della Vuccirìa, perché là le voci femminine son proprio di donna; e si sa che una parente di Achille Greco, dietro le scene, prende parte alla rappresentazione reggendo i pupi, e parlando per Rosetta, per Angelica, per Galiacella, per Berta, per Rovenza e per tutto il femmineo sesso. L’auditorio è tutto orecchi per sentire, tutto occhi per vedere chi entra e chi esce dal palcoscenico, seguendo l’azione e prendendo parte per uno de’ personaggi. Questo interesse per un paladino, per un eroe, è uno dei fatti caratteristici dell’opera; e rivela le tendenze e le inclinazioni del pubblico. Questi s’appassiona per uno, quegli per un altro; i seguaci, gli amici, i vassalli del personaggio contrario. La simpatia è per l’eroe, o pel debole che subisce la forza del prepotente, o che, indocile di freno, gli si ribella. Rinaldo con le sue audacie è sempre l’eroe ben accetto. Il suo apparir sulla scena è un avvenimento; di lui si studiano e prevedono le mosse, l’incesso, le parole; i suoi amici ed alleati sono la simpatia in persona. Quando egli ottiene un trionfo, lo si applaudisce con frenetico scoppiettar di mani, e clamorosi evviva gli si fanno la sera in cui, prima di assalir Trebisonda, riceve rinforzi insperati, duce di migliaia di prodi quell’Orlando che, lui esule e mendico, non aiutò né in fatti né in parole. La generosità cavalleresca di Orlando, che corre in soccorso del cugino, la nobiltà di Rinaldo, che in un istante dimentica un passato doloroso e lo abbraccia, riscuote battimani che fanno cader la volta del teatro. Ma, dopo Rinaldo, ben pochi godono la stima dell’uditorio. Piace Orlando per la forza soprannaturale che lo rende straordinario. Si ammira nella sua sovranità imperiale Carlomagno, ma non si ama, perché non può amarsi un sovrano che bandì Rinaldo e lo costrinse a mendicare, un sovrano che in certe storie fa la figura d’un rimbambito; si detesta Gano di Maganza per le sue arti subdole e per le infamie di cui è capace. Un guerriero, già lungamente beneamato per le sue imprese, perde tutto per un atto che non è conforme alla dignità cavalleresca, salvo a riabilitarsi poi per altri atti che a dignità s’accostano. Queste simpatie, trasmodando in npassioni, danno luogo ad ire di parte. Man mano che i personaggi vengono sulla scena, tutti sanno chi egli sia; avendo ogni guerriero un carattere fisico distintivo. Quello è Oliviero, perché ha tanto di trippone; quell’altro è Orlando, perché ha un occhio storto; quell’altro ancora è Carlomagno, non perché ha il pallio imperiale, quanto perché ha chiusa costantemente la mano destra; onde Oliviero è detto Panza di canigghia, Orlando cicatu, Carlomagno pugnu chiusu. Altro carattere è la divisa, Rinaldo, Salardo, Riccardo e Ricciardetto si conoscono al leone, Orlando all’aquila, Oggeri alla stella, al sole e luna Olivieri, alla palma il cugino d’Orlando, Astolfo; Carlomagno anche alla corona e al fiore in petto.


 
 

Ultimo aggiornamento di questa pagina: 29-APR-19
 

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