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Il Festino di Santa Rosalia   versione testuale
Giuseppe Pitrè (Palermo 1841 - 1916) Feste patronali in Sicilia, Palermo, 1900.

 
 
 
 
 
 
 
 
Il carro trionfale era un’immensa mole che si costruiva con enormi travi dapprima al Foro borbonico, ora italico, poi presso porta Felice e da ultimo in Piazza Santo Spirito, parecchie settimane prima del 13 luglio. Il traino in legno, conservato in uno dei magazzini municipali dello Spasimo, il giorno di San Giovanni (24 giugno) si portava con grande gioia alla Cala e si buttava a mare. Donde si cavava dopo alcuni giorni per andarlo a collocare sul posto, ove allestito che era il carro, nelle ore pomeridiane dell’11 luglio, lo si faceva salire pel Cassaro fino al Piano del Palazzo (piazza Vittoria). Quella selva di travi era rivestita in forma di scafo, a fogliami, ghirigori, rococò, arabeschi con orpelli, argentature e colori diversi. Dal basso all’alto, da tutti i lati, erano rappresentati i più bei tratti della vita della Santa. Qua Rosalia che abbandona la corte di Sinibaldo suo padre; là l’aspra vita di penitenza che ella mena sul Pellegrino: altrove l’apparizione del demonio tentatore; e l’angelo che la rassicura e le addita la croce; e il cacciatore Vincenzo Bonello che s’imbatte nell’angelica figura della Vergine, dalla quale ha rivelato il luogo ove giacciono le ceneri di Lei; ed il rinvenimento di esse alla presenza dell’arcivescovo e del Senato di Palermo, ed altri fatti particolari della devota leggenda. E sopra e sotto e intorno a quelle pitture ed ornamenti, Angeli e Virtù che reggevan corone, palme, drappi. Vi erano in apparenza due o tre piani, ma in realtà non ve n’era più di uno, per i musicanti vestiti di gran gala, il capo de’ quali credevasi il re in persona. In cima, proprio in cima del carro, spiccava nella sua sveltezza la f qigura della santa, dalle candide vesti, dal capo coronato di rose (Rosalia), dal volto raggiante di bellezza, che torreggiava sopra i più alti fabbricati del corso; ed aveva intorno, ai piedi, una miriade di angeli sorretti dalle nuvole. Il carro era tutt’altro che leggiero e facile a procedere. Chi sa come fosse lastricato il Cassaro, se ne persuaderà subito. Però non meno di cinquanta robustissimi buoi dalle corna dorate tiravano questo carro: tutti appaiati in lunga fila, e spinti da boari dipendenti da uno di loro che avea gli onori e la responsabilità del viaggio, e che com’essi vestiva un tempo alla spagnuola e poi in bianco, con cappelli bizzarramente sormontati da penne di struzzo.